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Le materie prime della birra
La scelta delle materie prime è il primo passo per garantire la produzione di una birra di qualità. Se è vero che chi ben comincia è a metà dell’opera, allora solo il mastro birraio in grado di approvvigionarsi con malti, luppoli, lieviti e acqua di ottima qualità può pensare con una certa sicurezza all’altra metà dell’opera, la birra.
Il malto:
Oggi è possibile disporre di una varietà sorprendente di
malti diversi a differenza di quanto accadeva nel passato, quando il mastro
birraio ne aveva a disposizione solo due o tre tipi. La
internazionalizzazione dei mercati ha poi reso disponibili malti prodotti
anche in paesi molto lontani aumentando quindi le possibilità di scelta per
il produttore di birra.
Quali sono gli strumenti di cui dispone il mastro birraio per valutare la
qualità del malto? Non si può prescindere dalla conoscenza e comprensione
dei fenomeni biochimici che sono intimamente connessi alla trasformazione
dell’orzo in malto. Deve essere chiaro che solo da un buon orzo si potrà
ottenere un buon malto e non c’è maltatore esperto che sappia fare il
miracolo di trasformare orzo scadente in malto di qualità, come peraltro non
c’è enologo così sapiente da essere capace di fare dell’ottimo vino da uva
di scarsa qualità.
Saranno quindi le malterie a richiedere orzi che rispondano a precisi
requisiti qualitativi al fine di garantire la produzione di un malto di
qualità. Tornando alla domanda posta prima possiamo dire che, oltre
all’esperienza che naturalmente gioca un ruolo importantissimo, è molto
importante che il mastro birraio richieda al proprio fornitore le
caratteristiche compositive del malto e ne sappia ovviamente interpretare i
parametri.
Questi sono molti e spesso strettamente correlati tra loro a indicare, ad
esempio, il grado di modificazione del seme. E’ ovvio che, oltre a ciò, il
mastro birraio dovrà basarsi sui suoi sensi valutando quindi visivamente,
olfattivamente e, infine, assaggiando il prodotto. Si vuole comunque
sottolineare che l’orzo, e quindi di conseguenza il malto, essendo un
prodotto naturale, è soggetto a una variabilità che dipende da numerosi
fattori, primo dei quali quello pedoclimatico.
Non è un caso infatti che tutti i grandi stabilimenti di produzione della
birra ricorrano ad acquisti presso diverse malterie per ridurre il più
possibile le differenze qualitative che inevitabilmente i malti presentano e
che poi ovviamente si ripercuotono sulla birra. Non è certo questo il caso
delle microbirrerie e brew-pub che, a differenza del grande stabilimento,
non vanno alla ricerca della standardizzazione del prodotto e quindi sono
meno sensibili a differenze qualitative tra i malti. Ciò comunque non
esonera il mastro birraio da una attenta valutazione di quello che sta per
comprare.
Un altro aspetto importante da valutare è quello della conservazione e dello
stoccaggio del malto. Se possibile esso va conservato a bassi valori di
temperatura e umidità e in un ambiente chiuso. Ciò per evitare quello che
inevitabilmente accade se queste condizioni non vengono rispettate:
l’attacco da parte di insetti e topi. A tal proposito vorrei sfatare il mito
dei topolini ghiotti di formaggio; provate a metterne un po’ accanto al
malto e vedrete quale dei due viene preferito. Accade anche che ci si debba
rivolgere a ditte di derattizzazione e disinfestazione, soprattutto quando
il malto in sacchi viene conservato in luoghi di passaggio e quindi non
chiusi.
Il luppolo:
Che il luppolo svolga un ruolo fondamentale per le
caratteristiche organolettiche del prodotto è cosa nota. Il suo apporto come
amaricante e come aromatizzante è essenziale per ottenere un prodotto
equilibrato e gradevole. Vale la pena di ricordare che se la birra venisse
prodotta senza l’impiego del luppolo quello che otterremmo sarebbe una
bevanda alcolica che pochi assaggiatori definirebbero birra. Senza l’amaro
del luppolo infatti il sapore sarebbe dolciastro e sgradevole e inoltre
presenterebbe una schiuma molto evanescente dal momento che non contiene
iso-alfa-acidi, composti derivanti dal luppolo responsabili dell’amaro ma
anche molto importanti per ottenere una schiuma compatta e persistente.
Non è un caso infatti che birre molto amare, e quindi molto luppolate,
presentino schiume particolarmente compatte. Le informazioni che il mastro
birraio può ottenere sulla qualità del luppolo sono francamente poche. Da un
punto di vista compositivo raramente si va al di là della concentrazione in
alfa-acidi mentre sarebbe molto utile conoscere l’anno del raccolto e anche
la concentrazione in olii essenziali, cioè del mircene, beta-cariofillene,
umulene e farnesene (quest’ultimo presente non in tutte le varietà).
L’anno del raccolto è importante poiché il luppolo tende più o meno
rapidamente a degradarsi perdendo le sue proprietà a causa di fenomeni
ossidativi. Conoscere quindi l’età del prodotto è un indicazione utile per
sapere se la concentrazione di alfa-acidi indicati in etichetta corrisponda
ancora a quella effettiva.
Come noto il luppolo viene impiegato nelle forme dei derivati del fiore
essiccato e pressato, soprattutto come pellets. Questi, oltre ad essere più
comodi (minore ingombro, più facilmente manipolabili e conservabili)
rispetto al fiore, garantiscono una migliore resa. Questo aspetto è molto
importante poiché, anche in condizioni ottimali, gli alfa-acidi che
isomerizzano a iso-alfa-acidi non superano mai il 40%. Tale rendimento
comunque è molto influenzato anche dalla tipologia dell’impianto e quindi è
opportuno calcolare la resa del luppolo sul proprio sistema di produzione
per ottenere delle valutazioni reali ed effettive.
Tre sono le regole fondamentali che il mastro birraio deve ricordare
relativamente alla conservazione, e cioè che i nemici del luppolo sono gli
stessi della birra: la luce, il tempo e la temperatura. I fenomeni
degradativi sono accelerati in particolare dalle alte temperature e dalla
presenza dell’aria. E’ auspicabile quindi conservare il luppolo a basse
temperature (anche -18°C) e in confezioni tenute quanto possibile al riparo
dall’aria e dalla luce.
L'acqua:
Un tempo le birre potevano essere prodotte solo in
prossimità di siti in grado di offrire acque idonee alla produzione. Prima
che la tecnologia consentisse di trattare l’acqua modificandone la
composizione in sali minerali la birra Pilsen, ad esempio, si produceva solo
a Pilsen. Attualmente questo nome identifica uno stile birrario e non più
una località (che oggi si chiama Plzen, perché nella Repubblica Ceca e non
più in territorio tedesco). Ma famose erano anche la acque di
Burton-on-Trent in Inghilterra, Vienna, Monaco, Dublino e molte altre. Si
comprende quindi l’importanza che questo ingrediente ha nel definire le
caratteristiche della birra.
Si ricorda infatti che l’acqua non solo è importante quantitativamente
rappresentando oltre il 90% della birra, ma anche da un punto di vista
qualitativo, poiché la sua composizione in sali minerali influenza
direttamente e indirettamente (modificando il pH del mosto) i caratteri
organolettici della birra. Nella generalità dei casi è preferibile
utilizzare acque “dolci” (povere di sali minerali) sebbene vi siano certe
tipologie di birre (tipiche Ales inglesi) che richiedono acque “dure”,
ricche cioè in sali minerali, in particolare solfati. Oggi quindi,
utilizzando i cosiddetti addolcitori (resine a scambio ionico) è possibile
ottenere ovunque la composizione desiderata dell’acqua.
E’ opportuno ricordare che non solo l’acqua di produzione deve essere
trattata ma anche quella di servizio (es. per il funzionamento dei
generatori di vapore), al fine di garantire sempre la massima efficienza di
rendimento termico degli impianti.
Il lievito:
Senza nulla togliere al ruolo del malto, luppolo e acqua,
ritengo che quello del lievito sia ancor più importante per la qualità
finale della birra. Il successo di una birra dipende moltissimo da esso e
non solo perché è il microrganismo deputato alla trasformazione degli
zuccheri in alcol, ma anche perché è coinvolto nella formazione di
moltissimi altri composti secondari della fermentazione importantissimi per
il profilo aromatico del prodotto (esteri, alcoli superiori, composti
solforati, acidi organici, aldeidi e chetoni).
Partire da un lievito idoneo ma soprattutto sano, vitale e vigoroso è
presupposto imprescindibile, condizione sine qua non per ottenere un
prodotto di qualità. Nonostante ciò mi corre l’obbligo di sottolineare una
situazione che credo sia abbastanza diffusa e cioè che spesso al lievito non
viene data abbastanza attenzione, sia in termini di approvvigionamento che
di conservazione. La differenza tra birra industriale e artigianale non sta
solo nel fatto che una è filtrata e pastorizzata e l’altra no, ma dipende
moltissimo \anche dal lievito. Se la grande industria è dotata di canali di
approvvigionamento del lievito collaudati e standardizzati e che in genere
fanno riferimento alla casa madre e ai propagatori, per il piccolo
produttore l’approvvigionamento, oltre ad essere più difficile, è spesso più
casuale e frutto di una scelta non sempre ben ponderata per problemi anche
oggettivi.
Ritengo fondamentale che i mastri birrai siano sensibilizzati su questo
aspetto; per tutti l’obiettivo è produrre una buona birra ma ciò sarà
possibile solo con un buon lievito. Che cosa contraddistingue un buon
lievito dunque da uno “cattivo”? La prima cosa che deve essere controllata è
la sua purezza e quindi verificare se vi siano eventuali contaminazioni (da
batteri o altri lieviti) come purtroppo spesso accade. Ricorrere quindi
periodicamente a controlli microbiologici è pratica fondamentale per
monitorare la situazione e tenerla sotto controllo. Mai come per le
contaminazioni in birreria vale l’asserzione che prevenire è meglio di
curare. Un lievito contaminato inevitabilmente porterà a fermentazioni
deviate e alla produzione di composti responsabili di off-flavours nella
birra.
Non si deve dimenticare che il lievito è un microrganismo, un essere vivente
quindi, molto delicato e soggetto a situazioni di stress che ne pregiudicano
una normale attività metabolica. Un secondo aspetto, è quello della corretta
conduzione del processo fermentativo, e con ciò mi riferisco soprattutto al
controllo della temperatura, sia in fase di fermentazione primaria che
secondaria, quando la temperatura viene abbassata. Un terzo aspetto è quello
della scelta del ceppo idoneo per lo stile birrario che si vuole produrre;
non esiste il lievito “factotum”, adatto a tutte le birre.
Questo porta con sé un’altra problematica, cioè il rischio della
contaminazione di un ceppo con l’altro. Analisi condotte presso il mio
Dipartimento hanno rivelato, ad esempio, non solo contaminazioni da batteri
lattici, ma anche la sovrapposizione in fermentazione di ceppi diversi a
tutto scapito della qualità del prodotto. Un quarto elemento da considerare
è quello del riutilizzo del lievito. E’ noto che l’industria birraria è
l’unica industria fermentativa che contempla la possibilità di riutilizzare
lo stesso lievito per una o più fermentazioni successive. Ciò è pratica
consolidata e normale per le grandi industrie, lo è meno tra i piccoli
produttori. Se non si ha la certezza di garantire una corretta conservazione
del lievito tra un inoculo e l’altro ritengo sia preferibile utilizzare ogni
volta lievito nuovo.
Il lievito raccolto, se non trasferito direttamente ad un altro serbatoio di
fermentazione, deve essere conservato per il minor tempo possibile, al
freddo e in assenza di aria, cioè di ossigeno. Per ovvi motivi questa ultima
condizione è la più difficile da realizzare, ma un buon risultato lo si può
ottenere mantenendo il lievito immerso in acqua fredda, ovviamente sterile.
La solubilità dell’ossigeno in acqua infatti è molto bassa (circa 8-10 mg/L)
e questo preserva il lievito da un metabolismo di tipo aerobico che lo
porterebbe rapidamente ad esaurire le sue riserve di glicogeno riducendone
la forza e il vigore fermentativo. Grande cura e attenzione, quindi, deve
essere rivolta a questo importantissimo microrganismo, la non consapevolezza
di ciò può vanificare il duro lavoro del mastro birraio con esiti esiziali
per la birra.